L’anima di una città attraverso i vicoli di un barrio

Ricordo ancora l’odore agro e forte d’urina che schiaffeggiava le mie papille gustative. Il dolciastro rancido del tanfo di sudore di vagabondo, maturato dopo giorni e giorni d’elemosina e nottate trascorse a cercare un tozzo di pane o meglio qualche latta di Estrella ancora da finire.
L’Estrella già, la birra di Barcellona. Impossibile passare una nottata tra le strade della città vecchia senza che uno dei tanti pachistani o cinesi ti convinca a comprarne almeno una. Una birra un euro, sei birre cinque euro.
Una cantilena perpetua che quasi ti stressa, organizzati come militari questi venditori ambulanti cercano di rifilarti di tutto, dalla birra come dicevo, ai sandwich,ai falafel agli appetitosi kebab, il tutto si, gustoso ed invitante ma terribilmente sudicio, visto che per non essere sorpresi dalle continue ronde della “mossos d’esquadra”, i mercanti, nascondono la loro merce nei tombini della “calle” dove cani, gatti e animali di ogni genere quotidianamente depongono i loro naturali bisogni.
Ricordo ancora con assoluta chiarezza quella mia prima notte per le strade del Raval, il barrio chino come veniva chiamato anticamente, dove passando dalla Rambla e lanciando uno sguardo fugace nei vicoli di questo quartiere si potevano intravedere le prostitute e i loro clienti, la gente di strada e gli ubriaconi, i ladri e i delinquenti che avevano fatto di questo Barrio la loro casa.Ma il Raval era anche il Barrio portafortuna dei toreri, che prima di ogni corrida andavano a passare la notte sempre nello stesso albergo fatiscente.
Il Raval si trova nel Vecchio centro cittadino di Barcellona, nella Ciutad Vella, a sinistra della Rambla. Fino agli anni ‘90 è stato un posto da emarginati, uno di quelli che si trovano in ogni metropoli. Se non si era un delinquente, uno sbandato o una prostituta era sconsigliato entrarci. Il nome di Barrio Chino era legato a questa storia di emarginazione metropolitana, che veniva da lontano, con gli inizi del XIX secolo; il Raval, allora solo una distesa di terre, era l’unica zona della città che permetteva la costruzione di grandi edifici vicino al centro. Con le fabbriche aumentò anche la popolazione, soprattutto immigrati del Pakistan e delle Filippine. Le condizioni di vita di queste persone portarono a Barcellona problemi di convivenza e gravi epidemie a causa della mancanza di igiene; così il Raval si trasformò in un ghetto nel quale nessuno osava entrare, una zona funesta conosciuta come il “quartiere cinese” perché vi regnava lo stesso squallore e affollamento della Chinatown di San Francisco.
Ricordo ancora quelle sensazioni, quelle emozioni miste tra la paura e il ribrezzo iniziale che lentamente si trasformavano attraverso non so quale alchimia in un forte senso di infatuazione, una sorta di coinvolgimento emotivo che mi stava contagiando.
Eh sì, perché il Raval non è solo droga, puttane e ladri. Durante tutto il 900 l’amministrazione ha adottato una politica di riforme e riabilitazione delle abitazioni, di creazione ed apertura di spazi per la comunità che ha portato a poter classificare il Raval come un quartiere a metà strada, dove in alcuni vicoli è ancora sconsigliato aggirarsi di notte ma attraverso gli altri diviene un quartiere di confine, meticcio, aperto, moderno, cosmopolita. Il suo cambiamento è iniziato a partire dalla parte nord, la più vicina alla Piazza dell’Università: quello che allora era la Casa della Caritat che si è trasformato oggi nel Centro di Cultura Contemporanea della Catalogna (CCCB), uno degli spazi culturali più attivi di Barcellona, in cui si realizzano esposizioni, concerti, conferenze ed altre iniziative artistiche. Il fascino del Raval viene da questo essere sospeso, a metà strada, tra la sua storia maledetta e i passi verso il moderno. La Plaça dels Àngels dove sorge il museo di arte contemporanea (MACBA) ne è l’esempio più classico, skaters iper-tatuati dagli stili più stravaganti che zigzano tra donne in burka, e nonni catalani che tenaci fumano e giocano alle bocce.
Ricordo ancora con assoluta chiarezza come quella notte all’arrivo delle prime luci del giorno mi ritrovai spaesato e rintontito da una sbornia di amore per questo barrio maledetto… La bocca impastata e male odorante per le birre, la pancia piena di schifezze, e gli occhi lucidi di gioia per l’allegria e la pazzia di questo angolo del pianeta.
Dicevo, posso capire forse adesso come mai quella assurda notte, in quel assurdo quartiere successe a me come a migliaia di altre persone di innamorarmi di questa città.
Quella notte come altre volte successe poi, entrai in contatto con la più assoluta profondità dell’anima di Barcellona.

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One Response
  1. Molto interessante, fondi la storia della città con le sensazioni che i suoi fantasmi ti hanno dato. Descrivi con molta attenzione dei particolari con il tuo sguardo interno a questo mondo, come la birra nei tombini, o l’estrella (con quella sua stella rossa). Bravo!