Impossible Project, mai più senza Polaroid

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A che serve questo dannato mondo meccanico? A che serve una calcolatrice scrivente, quando hai davanti almeno tre device che ti possono aiutare a mettere insieme tutti i numeri di cui la tua vita quotidiana ha bisogno? A che serve la rubrica telefonica quando non devi far altro che tappare due pulsanti per avere il tuo cugino indonesiano in linea dall’altra parte?
A che serve? Serve ad avere la sicurezza di un dato analogico stivato direttamente nel tuo cassetto che difficilmente ti abbandonerà mai, al netto di secoli e disastri. Serve a creare qualcosa di magico.
Per una volta non sto parlando del vinile, non ancora, ma parlo della fotografia e del più imponente passo tecnologico mai visto fra acidi e camere oscure: le pellicole autosviluppanti. Quando nel Febbraio 2008 Polaroid decide di abbandonare pellicole istantanee per rivolgere lo sguardo alla nuova tecnologia Zink, qualcuno sente crollare i ricordi della propria vita attorno a sé. Quegli scaffali pieni di quadrati a cornice bianca sono sembrati improvvisamente vuoti,e tutto è andato perduto con la chiusura delle ultime fabbriche di film. Per mettere una toppa a quella che sembrava una crepa nell’evoluzione umana, si è dovuto ricominciare tutto da capo, fra chimici e ingegneri, fino a ridare vita a tutte quelle Polaroid Camera che giacevano ormai in cassetti polverosi e imbrattati da inchiostro per stilografiche.

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Chi ha reso possibile questa meraviglia è stato Impossible Project, che ha lavorato duro fin dal primo minuto rilevando una fabbrica e i suoi macchinari dismessi, accogliendo professionisti usciti dalla casa statunitense e lavorando duro con il classico processo di prove ed errori.
Impossible Project ha una delle sue sedi principali a Berlino, non lontano dal mio ufficio, e dopo un po’ di ricerche, analogiche, sono riuscito a incontrare per pranzo Alex, Communication Manager dell’azienda, con cui ho fatto due chiacchiere davanti a un ottimo Gulash.
Comincio dall’inizio: sono in ritardo, taglio corto una riunione infarcita di fogli Excel, prendo la bici e scelgo la strada più veloce per Schonenberg ovvero quella che passa attraverso Park am Gleisdreieck. Ve ne vorrei parlare di questo parco: quasi interamente recuperato da uno storico terreno ferroviario, è stato realizzato grazie all’attiva partecipazione dei cittadini dell’area, e ora presenta un ecosistema tutto particolare. Insomma, passateci se avete un attimo.
Di nuovo sull’intervista: arrivo nell’ufficio di Impossible Project, e trovo Alex che mi aspetta indaffaratissima fra email e partnership, ma non così impegnata da negarmi uno splendido sorriso e un tour dello spazio ”Eccomi Stefano, scusa, ma stiamo preparando il primo appuntamento con il nostro Impossible Project Laboratory, una vera e propria presentazione del nostro workshop event place. Ma vieni, ti mostro l’ufficio”. Finito il tour scendiamo a pranzo e dopo aver ordinato i nostri speziati piatti ungheresi eccoci al dunque.

Come avete fatto a reinventare le pellicole autosviluppanti?
Non è stato facile per niente. Pensa che Edwin Land, quando ha deciso di farla finita con i suoi film, ha distrutto intenzionalmente numerosi registri con formule e brevetti. Ma Impossible è riuscita a reclutare diversi componenti del team Polaroid, con i quali ha iniziato un processo tutto nuovo. Poi ci sono stati anche i numerosi fornitori di materiali e prodotti chimici che siamo riusciti a coinvolgere nel progetto. Prove ed errori, e ora abbiamo in mano un prodotto molto stabile.

E che mi dici delle macchine fotografiche?
Abbiamo cacciatori di Polaroid seminati in tutto il pianeta. Vanno in giro per mercatini delle pulci, scoprono vecchi negozi e assaltano le aste eBay, fino a consegnarci decine di macchine fotografiche. Poi noi le ricondizioniamo e le rimettiamo sul mercato.

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Per ora quale prodotto possiamo chiamare il vostro cavallo vincente?
Senza dubbio i film e le fotocamere 600.
E poi c’é la mia preferita, la Polaroid 680.

Ma sbaglio o avete in programma anche qualcosa di nuovo?
Aspetta e vedrai.

(Effettivamente è bastato aspettare. Giusto un paio di giorni fa, a New York, c’è stata la prima presentazione della nuova I-1, camera direttamente prodotta da Impossible, e delle nuove pellicole. Io andrò alla presentazione Berlinese, Mercoledì sera aspettatevi qualcosa sul mio Twitter ndr).

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Come promuovete i vostri prodotti?
Abbiamo un sacco di collaborazioni, come quella con Urban Outfitter, che distribuiscono i nostri prodotti in tutto il mondo, e poi abbiamo diverse partnership con facce conosciute nel mondo delle fotografia.

E poi ci sono gli eventi
Già: food, arte e musica. Quest’ultima ci interessa molto, infatti siamo partner, fra gli altri, di Coachella e Third Man Records: la creatività e la spontaneità della musica sono esattamente le emozioni per le quali gli instant film sono stati creati.

Altro strumento splendido che usate è il vostro magazine. Parlamene.
Abbiamo sempre pensato a condividere le storie che stanno dietro alle foto così abbiamo aperto una piattaforma dove tutti possono ammirare le foto scattate con le nostre pellicole. Tutti ci possono mandare le proprie storie e noi selezioniamo le migliori, quelle che possono ispirare gli appassionati di fotografia.

Quanto vi aiuta avere un ufficio qui a Berlino, dove ci sono davvero tante startup con la fotografia come segno distintivo?
Fantastico. Ci sono davvero un sacco di realtà con cui confrontarsi. Lavoriamo a stretto contatto con EyeEm, che sono dei ragazzi fantastici. E 7Moments e Picastock, con cui non condividiamo business ma ammiriamo ciò che fanno.

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Ovviamente, non posso parlare solo di lavoro. Che cosa preferisci fotografare, Alex?
Ovvio: i miei amici e i momenti della mia vita. Quelli che immortali e dimentichi dentro le scatole. Ma poi li riscopri durante un trasloco e ti rispediscono indietro come un calcione ben assestato.

Che kit fotografico ti porti nella borsa?
Ho sempre una Polaroid 600 insieme a film a colori e bianco e nero. Ogni tanto mi sento avventurosa, e mi porto dietro delle pellicole duochrome.

Ma hai solo la 600?
Nono, quella la uso per gli scatti normali. Poi ho una SX70 che uso per composizioni e scatti sofisticati, e la 680, che uso per le foto di interni.

Ecco, ora sono curioso, dammi tutti i tuoi account fotografici, che li linko nel pezzo.
Ehm. Non ne ho. Sono una fanatica dell’analogico io.

Ecco!

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