Far suonare le cose: i Quiet Ensemble e il loro lavoro per adidas EQT

Bernardo Vercelli e Fabio Di Salvo sono Quiet Ensemble, un duo artistico romano che da qualche anno viaggia per festival e luoghi dell'arte mostrando una poetica che unisce natura e tecnologia, alla ricerca di dettagli nascosti (spesso suoni impercettibili) che rendono visibili al pubblico.

Qualche settimana fa sono stati i protagonisti a Milano nell’evento di presentazione delle nuove adidas EQT, di cui vi abbiamo già parlato, con una nuova installazione tutta dedicata al Turbo Red, il colore che segna questa nuova epoca per la collezione. Li abbiamo intervistati per voi.

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Partiamo subito dal nome: Quiet Ensemble. Se il significato letterale è abbastanza chiaro (e ossimorico, aggiungeremmo), qual è quello che gli date voi?
Bernardo: Il momento della Quiete è quel ritaglio di tempo in cui ci si ferma, nell’apparente silenzio e nell’apparente immobilità delle forme possiamo scoprirci ad osservare e ad ascoltare.
Diveniamo così spettatori di un universo infinito di piccole cose, suoni, movimenti, luci, riflessi e ombre che abbiamo sotto gli occhi ogni momento ma a cui non diamo particolare attenzione e rimangono così teatro nascosto, invisibile, concerti ineludibili, fragili orchestre che possiamo ascoltare solamente ponendo finalmente attenzione alle cose.

Fabio: Quiet Ensemble è un nome che riporta a diversi significati, letteralmente è “orchestra silenziosa”, che per noi rappresenta tutte le “orchestre nascoste” presenti intorno a noi. La nostra ricerca verte verso aspetti piccoli e apparentemente insignificanti che ci circondano di cui ne siamo testimoni quotidianamente, ma spesso troppo piccoli o silenziosi per attirare l’attenzione. Nelle nostre opere cerchiamo di ribaltare questi fenomeni, ponendo l’attenzione verso quelle piccole meraviglie che ci emozionano come ancora fossimo bambini, dandogli più voce e attenzione. Ed ecco che nascono i nostri “concerti nascosti”: concerti di pesci rossi, disegni di lumache, composizioni sonore di topolini, e orchestre di luci. E ciò che emerge da questa nostra ricerca è che i fenomeni più interessanti sono quelli apparentemente caotici, come un movimento di un essere vivente, che si tratti di una formica o di un essere umano.

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Siete stati invitati da adidas Originals per celebrare il lancio delle nuove EQT: come avete interpretato lo slancio futuristico della nuova silhouette e del nuovo colore “Turbo Red” che d’ora in poi rappresenterà la collezione? Che tipo di sensazioni avete voluto richiamare creando un’esperienza immersiva fatta di suoni cupi, specchi, fasci luminosi e tantissima nebbia?
B: Abbiamo avuto come commissione quella di rappresentare “All That is Essential Nothing That is Not”, avendo come riferimento visivo le nuove EQT.
Abbiamo scelto delle forme geometriche essenziali (il cerchio) e la luce come unico elemento costitutivo dell’opera. Il lavoro ha una durata totale di 4 minuti e racconta attraverso la luce la nascita e l’evoluzione del colore rappresentativo della scarpa; abbiamo sviluppato un introduzione verde come riferimento al vecchio colore adidas fino ad arrivare al puro coloro rosso “Turbo Red” attraversando fasi di intensità differenti. Volevamo ricreare uno spazio vuoto, abitato solamente dalla luce, dal riflesso e dalle ombre. La nebbia elimina il perimetro della stanza e ci permette di disegnare geometrie aeree con le linee di luce che, passando attraverso la nebbia diviene elemento concreto, tangibile, il pubblico attraversa architetture di luce e viene attraversato dalle stesse.

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F: Abbiamo realizzato l’opera partendo dalla forma e dal colore delle nuove EQT di adidas. Ci siamo concentrati sul nuovo colore rosso “Turbo red” che le contraddistingue e l’abbiamo declinato nella nostra opera come colore per i diversi fasci luce che avvolgono lo spettatore e ripempiono lo spazio. L’essenzialità della location, unita allo stile industriale dell’edificio sono stati elementi che mixati con la nostra poetica e semplicità, hanno dato vita a un’installazione immersiva e avvolgente in linea con la nostra estetica e quella delle nuove EQT. Abbiamo cosi ottenendo un’ opera in cui la casualità e il controllo hanno lo stesso ruolo, e contemporaneamente risaltano forti contenuti estetici. L’opera Turbo Red Light è composta da “infiniti” effetti di luce in continuo divenire, che avvolgono lo spettatore da tutte le direzioni. I fasci di luce, intercettando 8 specchi giganti rotanti, si riflettono “infinite” volte creando geometrie sempre diverse. Lo spettatore così assisterà sempre disegni diversi, apparentemente controllati nella loro casualità. La composizione sonora nasce da suoni elettrici emessi dalla luce. Ogni luce crea intorno a se un campo magnetico, che se intercettato da specifici sensori è possibile trasformarlo in suono. Dopo aver effettuato registrazioni di diversi campioni sonori, e dopo aver modificato i suoni con equalizzazioni e filtri, nasce la sequenza sonora dell’installazione, sincronizzata con l’accensione e lo spegnimento dei fasci di luce, che accompagna lo spettatore verso un’esperienza più profonda ed emozionante.

Cosa è davvero essenziale per voi e di cosa invece fate a meno senza problemi?
B: Essenziale è la sensazione di scoperta durante il processo lavorativo, la sorpresa. È essenziale rimanere spettatore, curioso della propria opera.

Possiamo fare a meno di legarci morbosamente ad un idea e ad una relativa tecnica, bisogna essere aperti ad adattarsi alle diverse situazioni, rinunciare alle proprie piccole grandi convinzioni marmoree, rimodellandole all’occorrenza.

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F: Ciò che è indispensabile è prima di tutto la nostra emozione. Ciò che realizziamo ci deve toccare nel profondo e darci emozioni che altrimenti non potremmo provare. Partiamo da pochi e piccoli elementi, e quando, quasi per magia, ciò che osserviamo ci emoziona, approfondiamo e sviluppiamo questi elementi creando delle opere compiute.

Ciò che invece non è essenziale è tutto il resto, cioè i materiali, la grandezza, la tecnica
, nel senso che cambiano spesso in ogni progetto, in relazione alle specifiche esigenze che di volta in volta vengono a presentarsi.

Entriamo dentro ciò che fate: come nasce il vostro interesse per il suono da un punto di vista quasi concreto, scientifico? Quali sono gli aspetti più interessanti che volete mostrarci coi vostri lavori? Ci viene in mente la sensazionale The Enlightment, in cui avete letteralmente fatto suonare delle luci. O Orchestra da Camera, nel quale dei topolini si sono trasformati in degli orchestrali.

The Enlightment

B: Ogni elemento che utilizziamo è fondamentale per la funzionalità del lavoro. Cerchiamo di non aggiungere elementi che soddisferebbero la pura estetica, visiva o sonora che sia. Lo scopo è quello di comunicare l’idea e asciugare tutto ciò che è superfluo. In The enlightenment generiamo musica dalla luce, in Orchestra da camera i topolini ci suonano un mix di ninna nanne, quello che vogliamo sottolineare è il suono delle cose, la musica degli oggetti, sonorità involontarie, sonorità distorte che diventano armoniose… a volte godibili, suoni nati da un errore come quello di un neon che flickera che diviene poi brano musicale. Non direi che facciamo propriamente musica, semplicemente a volte alziamo il volume di alcune cose.

F: La nostra ricerca inizia con l’osservazione quotidiana. Ogni giorno siamo spettatori di fenomeni naturali e non, intorno a noi, spesso con una potenza immanente che aspetta solo di essere tirata fuori ed esplodere attraverso l’ascolto e l’attenzione. Questi fenomeni apparentemente silenziosi hanno dentro una carica gigante, e quando alcuni di essi toccano e catturano la nostra attenzione, continuiamo a trattarli e a osservarli, cercando così di trasformarli in un’installazione, in una performance, in una composizione sonora o in un disegno. Il nostro intervento artistico consiste quindi nello sviluppare una drammaturgia visivo sonora di questi fenomeni osservati, cercando di far rimanere invariata la carica emozionale di quando li avevamo osservati la prima volta. Attraverso la nostra ricerca quindi vogliamo dare voce a questi aspetti piccoli e silenziosi intorno a noi, permettendo così a tutti di goderne la loro meraviglia.

Ci sono due aspetti che ci interessa molto capire. Il primo è: quante conoscenze tecniche sono necessarie per imbastire delle installazioni del genere? Quanta ricerca e quanto tempo impiegate?
Il vostro processo parte dall’aspetto tecnologico per costruire messaggi concettuali o partite da una vostra esigenza comunicativa ed esplorate i mezzi per rappresentarla?

B: A volte non bastano le nostre competenze tecniche per la realizzazione di alcune idee ma abbiamo la fortuna di poterci avvalere del supporto di altri collaboratori. Ogni progetto richiede delle conoscenze specifiche definite e sempre nuove, le produzioni che affrontiamo hanno come elementi di studio variabili infinite, dal comportamento dei pesciolini rossi, alla potenza elettrica che serve per esplodere uno specchio, all’utilizzo di macchine, robotizzati, la direzione di volo di un calabrone o semplici microsaldature. Lavoriamo come Quiet Ensemble da un pO’ di anni e abbiamo diverse idee di cui abbiamo discusso durante gli anni, su cui ci siamo confrontati e che in alcuni momenti tornano a galla, questo per dire che il tempo di ricerca è praticamente continuo.
Non partiamo mai da una tecnica come stimolo, la tecnica ci aiuta a sottolineare quello che vogliamo raccontare.

F: La componente tecnica è quasi sempre presente nelle opere, ed è sempre sviluppata in un secondo momento. Prima cerchiamo di focalizzare ciò che vogliamo comunicare e in che modo, non diamo limiti alla nostra immaginazione. Dopo di che ci avvaliamo della collaborazione di professionisti che studiano aspetti specifici nel campo delle tecniche artistiche. Grazie all’esperienza di queste persone, nascono spesso anche nuovi orizzonti, che ampliano e perfezionano il lavoro di ricerca artistica che svolgiamo. Il tempo della ricerca è variabile. L’idea nasce in un istante. In un attimo capiamo se un’idea ha delle potenzialità, dopo di che lo sviluppo può durare anche anni.

Guardando Natura Morta, è interessante vedervi al lavoro su un intreccio fra natura, tecnologia e musica: che tipo di rapporto avete con la tecnologia, quanto vi influenza e quanto invece è importante il mondo là fuori?

Natura Morta

B: Per tutto il liceo rinnegavo i telefoni cellulari, all’università ripudiavo i computer… poi, non so come, mi hanno incastrato.
Non credo ci sia design migliore di quello della foglia, forma più perfetta e complessa come quella di alcuni insetti, emozione paragonabile alla pioggia e alla caduta della singola goccia…
Ora ho capito che con la tecnologia abbiamo la possibilità di isolare la goccia, rendere visibile il disegno tracciato dalle formiche al loro passaggio, rendere un pesciolino rosso musicista involontario o rendere udibile il suono del tarlo nel legno facendo vibrare l’intera stanza con il suo delicato rosicchiare…

F: La tecnologia è a servizio delle nostre opere. Le nostre idee sarebbero irrealizzabili senza tecnologia. Ci avvaliamo di diverse tecniche per tirare fuori l’energia nascosta di fenomeni presenti intorno a noi. È possibile definire la nostra ricerca come una lente di ingrandimento sul mondo, e i mezzi per realizzare le nostre opere cambiano da progetto a progetto e non sono mai protagonisti, ma sono sempre a servizio di un fine comunicativo ed espressivo che sta alla base dell’opera.

In alcune installazioni spicca la vostra presenza fisica: non sempre scontata quando parliamo di installazioni in cui la tecnologia è spesso attrice più che strumento. Per voi è importante esserci? Se sì, per quale motivo?
B: Siamo presenti in scena solamente se indispensabili. Siamo il supporto tecnico ai nostri attori.

F: Il nostro intervento artistico a volte è nascosto altre volte è evidente con la nostra presenza. Noi siamo in tutte le nostre opere i direttori di orchestra, e i nostri musicisti possono essere pesciolini rossi, lumache, topolini o anche lampade. A volte la nostra orchestrazione necessita di una nostra presenza fisica per far sì che i nostri musicisti si esprimano al meglio.

Quale sarà il vostro prossimo progetto?
B: Direi mettere in ordine il nostro studio

F: Stiamo lavorando a diversi progetti, tra cui un concerto di riflessi, ma un desiderio è sviluppare e riproporre il progetto “Allegoria”, in cui i musicisti presenti nell’opera sono dei veri musicisti professionisti, per l’esattezza un quartetto d’archi, e attraverso il concerto che eseguono è possibile udire sia il loro talento musicale, ma anche il concerto nascosto dei loro corpi nel fare musica. Dal rumore dello strusciare dei vestiti per suonare lo strumento, al cigolio della sedia fino ai loro battiti cardiaci, quindi tutti i suoni del concerto emessi per realizzare il concerto. E noi focalizzeremo l’attenzione soprattutto su quei suoni, ritenuti spesso insignificanti e fastidiosi, mostrando così al pubblico un concerto di corpi.

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