Zio Bici. Un BarBike Shop

Fai quattro passi per il Pigneto, frizzante quartiere capitolino, e ti imbatti in una Bottega colorata che ti catapulta istantaneamente a Neukolln o in Piazza Spui. Se vuoi guardare da lontano basta andare sul sito (ziobici.it ndr). Entri da Zio Bici (questo il nome del negozio ndr), ti fai largo fra ruote colorate e i tanti clienti, e ti trovi davanti a due persone che hanno fatto della bicicletta uno stile di vita prima e una professione poi. Il dubbio di essere entrato in posto paticolare si sprigiona ai primi passi. La conferma ti assale facendo due chiacchiere con Piero il meccanico che con Andrea ha dato vita a questo luogo.

Ciao Piero. Prima di tutto toglimi una curiosità: perché Zio Bici?
Perché durante i lavori di ristrutturazione davvero non sapevamo che nome dare ad una bottega nata dalla visione un ex-avvocato e un ex-giocoliere. La lista è lunghissima (bike block, dc bc, bike menù, bike kitchen, cicli baffo, bike dude, …) ma, come da buona tradizione, nessuno ci piaceva veramente. “Decideremo direttamente in sala parto” ci siamo detti. Così nel casino del momento: tra calcinacci e saldature, scartoffie e teste matte, è arrivata in vivavoce la Skypecall della nipotina di Andrea: “Ciao Zio Bici!”
Avevamo trovato il nostro nome.

Parto dall’inizio: cos’è la bicicletta? Niente pipponi filosofici o morali (i.e. la bicicletta è libertà) solo una risposta secca.
La bicicletta mi ha cambiato la vita? La bici è uno stile di vita? Una forma mentis? La bicicletta non è sport? La bici è indipendenza? La bici è assoluta libertà? Non saprei….

Alla faccia della risposta secca. Dall’accento non mi sembri proprio romano. Da dove arrivi?
Da Pescara. Sono sbarcato nella Capitale a 18 anni per seguire l’Accademia delle Belle Arti. Fra corsi e piccoli impegni come educatore di bambini nel Bronx Romano, ho cominciato a costruire bici. Il passo dal saldatore allo smagliacatena è stato rapido.

La passione per la bicicletta però non è nata a Roma.
La bici è sempre stata il mio mezzo di trasporto. Sia io che Andrea siamo nati e cresciuti in città di mare e pianura dove spostarsi in macchina ha un po’ il sapore dell’utilizzare un trapano per arrotolare gli spaghetti.

Ehm, Sì. Chiaro. Mi parlavi di infanzia: il primo viaggio in piedi sul portapacchi della graziella?
Ma mi vedi? Ti sembro uno che possa andare in piedi sul portapacchi? È una vita che convivo con la sindrome del “più grande”. Sono sempre stato costretto a pedalarla la graziella io! Tuttora mi tocca fare il tassista portando gente su tricicli, long john, bici a due piani e risciò.
Però ho dei bellissimi ricordi di un’infanzia passata sulla canna della Vicini di mio padre: a sei anni io pilotavo mentre lui pedalava.

Sembra molto pericoloso. Un po’ come andare in giro in bici a Roma. Io l’ho fatto per 4 anni e ho alle spalle diverse storie di specchietti presi a pedate. Per te cosa significa muoversi in giro per Roma in bicicletta?
È sicuramente una scelta di vita. Può sembrare difficile all’inizio, ma dopo un po’ diventa normale e piacevole. Io non ho la patente, quindi esprimo la libertà di trasportare me stesso e tutto ciò che voglio solo in bicicletta.
E poi vuoi mettere avere la possibilità di spostarsi ad una velocità che ti permette di ammirare tutte le meraviglie di questa città? Pensi sia meglio inscatolarsi tutto il giorno in 4 metri quadri di lamiera, bestemmiando sui pedoni e invadendo i marciapiedi?
Spostarsi in bici in un contesto metropolitano è molto più pratico che farlo con qualunque altro mezzo. Quando a Roma riusciranno ad integrare pedali e mezzi pubblici saremo davvero tutti felici di vivere in una città più civile.
Anche per questo il mio legame con la Critical Mass è indissolubile.

Che poi mi sono accorto che in Italia, a Cesena dove abito fino a Catanzaro dove sono nato, la bici è presa davvero poco sul serio. Pensavo fosse un problema solo del Sud e delle sue temperatura elevate, ma poi spostandomi ho scoperto che non è così. Secondo te a cosa è dovuto questo fenomeno?
Problema di temperatura dici? Cioè? Nel senso che è molto più facile andare in bici in Danimarca o Svezia con -8, pioggia e ghiaccio almeno 6 mesi l’anno?
Vorrei proprio non dirlo, ma sono costretto. Credo sia prima di tutto un problema di inciviltà e di pigrizia. In Italia siamo viziati da finte comodità che ci stanno portando alla rovina. Per me è importante non perdere mai la criticità in cosa si sceglie di fare nella propria vita. Personalmente non critico la grande invenzione del motore a scoppio, mi scaglio solamente contro il suo utilizzo senza senso. Parlo di chi va in macchina in palestra a fare chilometri di spinning. O di chi, la domenica, carica la bici sul tettuccio per andare a pedalare per ore nei parchi. Ma spostarsi in bici e fare 10/15 chilometri al giorno non sarebbe più salutare per tutti?

Condivido assolutamente. Ma sempre in bici? Vabbé ma ti sarà capitato qualche volta di dire: “Cazzo, devo andare fino a Fidene in bici e piove pure. Mi sa che mi prendo il treno va”?
Certo! Tra l’altro odio la pioggia. Mi vesto da secchione impermeabile, piego la bici e prendo il treno.

Qual è la bici ideale per la città?
Secondo me di bici ideali ce ne sono almeno 4.

Almeno 4?
Almeno 4! Se poi le possibilità economiche ti permettono di possederne solo una…punta almeno ad averne 2!
Scherzi a parte, la bici ideale per la città di Roma?
Scrivi:
Telaio in acciaio leggero e possibilmente da corsa. Manubrio dritto o quasi. Cerchi a profilo medio raggiati in terza – niente radiale anteriore – con copertoni 700 x 28 antiforatura. Verniciatura robusta e poca meccanica: più la bici è spoglia e meno dà problemi. Butta nel secchione la forcella ammortizzata a meno che tu non l’abbia pagata quanto quanto l’affitto di casa.
Le marce possono essere indispensabili soprattutto se carichi la bici di bagagli pesanti o se ci devi andare per colline.
Vuoi anche un parafango? Fai pure: ma io non te lo monto.
La seconda bici sarà identica alla prima, ma con portapacchi e manubrio da passeggio.
Una volta che ci stai pensando valuta anche la possibilità di una pieghevole.

A questo punto la domanda è d’obbligo. Tu quanti bici hai?
No Comment.

Ma come? Vabbè tengo per buono che ne hai almeno quattro. Dimmi almeno come fai a decidere quale bici prendere.
Ahh questa sì che mi piace!
La bici è funzionale ma si porta dietro anche una buona dose di vanità: può essere mulo da carico ma anche abito da sera.
Dipende da itinerario e scopo: certo se devo andare a fare la spesa prendo muletto e rimorchio, se ho voglia di fare il pavone, invece, ne scelgo una in base all’abbinamento cromatico e stilistico dei miei vestiti. Ok, ho un sacco di bici!

E pedali con la musica in cuffia.
Sempre e col volume a cannone.

Com’è il tuo rapporto con le ciclofficine popolari?
Nove anni fa ne ho fondata una. È quella che nasce nell’occupazione del centro sociale “Ex Snia”. Tutt’ora mi occupo di gestirla insieme a tanti altri meccanici e quando posso mi faccio anche un turno la sera. Chi passa da me in bottega mi troverà al fianco di un cartone con i pezzi che metto da parte per la ciclofficina.

Ok parliamo della Bottega allora. Leggo con piacere che Zio Bici non è solamente un’officina/negozio di bici. Era questo che cercavate quando avete aperto?
Questa è una di quelle cose ti aiuta ad andare avanti con gioia. Quando ho costruito il negozio, con Andrea abbiamo deciso di metterci un bancone perché sognavamo potesse diventare un punto di incontro, ma sicuramente non pensavamo che la bottega potesse assumere un aspetto così caratteristico, così antico.
Da Zio Bici si passa anche solo per coltivare amicizie: ci piace parlare con le persone e crediamo moltissimo nel rapporto personale. Questo però spesso diventa un problema: capita di trovarsi in pomeriggi carichi di lavoro e dare retta a tutti diventa davvero difficile, così magari la gente la prende un po’ male.

Di cosa si chiacchiera da Zio Bici?
Di bici ovviamente. E poi di musica, eventi, mobilità, politica, problemi logistici nel trasportare robe. Alla fine si parla veramente di tantissime cose, ma non di sport.

I più strani Habitué di Zio Bici.
Non posso risponderti a questa domanda perché qualcuno potrebbe offendersi. Ti dico solo che quasi tutti montano copertoni 700×23!

Qualche volta ho sentito mercataioli di bicicletta affermare: “questa bicicletta non serve più a niente, comprane una nuova”. Rassicuratemi: ditemi che non pronunci mai queste parole.
Purtroppo ahimè questa società basata sul consumismo usa e getta. Questa pratica già da anni è arrivata anche alla bici. Ti capiterà spesso di avere per le mani volantini che strillano “bici in offerta a 69,90″. Beh, io quelle bici evito di ripararle. Come faccio? Mi esplodono sotto le mani!
Cerco invece di salvare il più possibile ciò che è stato costruito con cura parecchi anni fa. Adoro riportare in vita vecchi e bei progetti.
Una situazione classica è quando mi portano bici accompagnate da monologhi del tipo: ”questa è la bici che il mio bisnonno partigiano usava per le staffette” oppure “stiamo parlando del mitico mezzo col quale mio padre vinceva le gare”. E invece sotto i miei occhi ci sono solo cancelli ricoperti di ruggine alta due dita, roba dimenticata per decenni sotto l’acqua. In quel caso non sono io insensibile nel dire no ma loro stronzi a ridurle in quello stato.

Percentuale di Mountain Bike che vi portano a riparare?
Ahimè ancora un buon 3%.

Mi è arrivata voce che hai una bella storia di viaggio, giocoleria e bicicletta. Me la racconti?
Davvero non saprei da dove iniziare…

E da dove vuoi cominciare? Dall’inizio no!
Ah sì, dall’inizio.
Era il 2005 e svolgevo una vita folle: non riuscivo più a dormire per i mille impegni e i progetti che portavo avanti. Cose che mi facevano battere forte il cuore ma ad un certo punto decido di lasciare tutto per dedicare del tempo a me stesso.
Un bel viaggio è quello che ci vuole. Costruisco il telaio della mia bici a due piani, tenendo conto dello spazio per i bagagli, e faccio rotta verso est con 160 euro e tutto il necessario per far spettacolo.
Faccio il giocoliere per tanti anni. A Istanbul ritrovo un altro gruppo di amici che già viaggiava da anni: un circo, tutti in bici.
Dalla Turchia ancora verso est per altri 4 anni: fino in Indonesia dove mi fermo un anno. Nel 2010 decido di tornare in Italia con non poche difficoltà, ma ora eccomi qui.
È stata un’esperienza profonda che mi ha cambiato in modo indelebile.
Durante il viaggio ho aperto 4 ciclofficine e costruito molte bici. Ho vissuto in posti senza corrente elettrica dove non avevano mai visto un bianco. L’acqua poi, un anno e mezzo con non più di un litro e mezzo di acqua al giorno.
Prima o poi mi deciderò a scrivere questo maledetto libro!

Ultima domanda: di’ qualcosa a quelli che usano la bici solamente per spararsi le pose (a.k.a. darsi delle arie).
Continuate cosi!

Ma come?
Ma sì! Una volta iniziato non smetteranno in più: prima a fare la spesa dal fruttivendolo, poi a prendere il bambino a scuola e alla fine un bel viaggio in Corsica!



Stefano Nucera

Non c'è nulla da dire: c'è solo da essere, c'è solo da vivere. (cit.)