C’mon Tigre: intervista al misterioso collettivo italiano

Sono stati gli autori di uno dei dischi italiani più originali e intriganti dello scorso anno, eppure dei C’mon Tigre si sa ben poco. Pare siano un duo: sinora è […]

Sono stati gli autori di uno dei dischi italiani più originali e intriganti dello scorso anno, eppure dei C’mon Tigre si sa ben poco. Pare siano un duo: sinora è stata diffusa solo una lunga lista di collaboratori, tra i quali il compianto Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax. Quel che è certo è che l’impatto suggestivo dell’omonimo album d’esordio della band può trovare paragone solo oltreconfine – e solo in parte – con quanto realizzato dagli svedesi Goat, vuoi per la carica onirica, vuoi per l’attitudine world. Da non perdere per nulla al mondo a A Night Like This Festival.

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Perché la scelta di mantenere il mistero sulla vostra identità?
A chi giova la noia dei riferimenti anagrafici? Vogliamo che si parli di C’mon Tigre e non di noi, vogliamo che si parli dei musicisti e degli artisti, amici innanzitutto, che hanno collaborato con noi nell’album, sui palchi e dietro le quinte. Nessun mistero, abbiamo solo voluto spostare il baricentro verso le cose che effettivamente contano, il mistero è la risultante della superficialità dell’informazione mediatica.

Alcuni titoli dei brani rimandano al Maghreb e al Mediterraneo. Da dove nasce un’influenza culturale e musicale simile?
Siamo nati sulle coste del mediterraneo, cresciuti respirando tutto questo. Nasce dagli ascolti, dalla musica assorbita negli anni. Poi le persone, il contatto con gli altri, chi ha gravitato attorno al progetto ha a suo modo aggiunto un tassello al mosaico. Soprattutto poi non tutto deriva essenzialmente dall’ambito musicale, ci piace mescolare le carte, avere modo di respirare i luoghi, ci è voluto del tempo.
Negli ultimi anni abbiamo immagazzinato una quantità di informazioni imponente, recepire il tutto è stato un processo abbastanza complesso, come una lenta digestione, abbiamo assorbito ciò che ci sembrava più interessante, per poi riversarlo secondo la nostra visione, in questo lavoro, e trarne le forze.

Il vostro esordio è un disco che abbisogna di molti ascolti per coglierne le sfaccettature ma che da subito rivela la sua grandezza musicale e sonora. Ha ancora senso il formato “album” per come siamo stati abituati sinora?
Noi siamo stati abituati ad ascoltare album, siamo della precedente generazione e siamo cresciuti comprando dischi, o ce li siamo fatti prestare. Quando compri un disco riponi in quell’ascolto un’attenzione speciale, per il semplice fatto che per procurartelo ti sei prima informato, sei andato a recuperarlo che poi per alcuni dischi non era cosa facile, hai speso i tuoi soldi. Tutto questo da molto più valore a quell’oggetto che diventa portatore sano di ricordi ancor prima di essere ascoltato. Rispondendo all tua domanda, si, per noi ha un’importanza cruciale la dimensione dell’album, ti permette di raccontare in maniera più profonda e dettagliata un pensiero, non siamo abituati a ragionare sui singoli pezzi, vogliamo che ogni pezzo sia li per un motivo e non per il semplice fatto che è stato composto nello stesso periodo degli altri. Se sta li è perché è parte di un discorso più complesso, quello di un Album.

Quale e come è strutturato il lavoro dietro ai brani? Come nascono le innumerevoli collaborazioni all’interno dell’album?
Si parla di rapporti umani innanzi tutto, le persone si conoscono, poi si riconoscono, la collaborazione che nasce è del tutto spontanea perché germoglia in terreno fertile. Altre volte la conoscenza di un musicista avviene perché in effetti si cerca quella specifica qualità musicale, mi interessa lui perché mi interessa il suo suono. Ma l’amicizia arriva sempre, inesorabile come la fame verso l’ora di pranzo, in qualsiasi modo tu cerchi di allacciare un rapporto, finisce sempre con un abbraccio.
Ai brani abbiamo lavorato seguendo varie fasi. Ci siamo seduti alla fine di ogni viaggio scarabocchiando pensieri, a cui abbiamo dato una forma embrionale, poi siamo ripartiti alla ricerca di quello di cui pensavamo di aver bisogno, e infine abbiamo finalizzato con lo scalpello, togliendo tutto il superfluo, mantenendo il più possibile la verità del primo pensiero.

Un arsenale incredibile di strumenti permea il disco. Quali vi piacerebbe inserire in un prossimo? Ci sarà o dobbiamo considerare “C’mon Tigre” un’opera unica?
Non sapremmo risponderti con certezza a domande riguardo il futuro, cosa sarà o che succederà. Al momento ci stiamo divertendo parecchio, e credo finché ci sarà questa sana leggerezza, in parte, e questa spontaneità di azione, nasceranno diverse cose buone da qui in avanti.
Riguardo gli strumenti, posso dirti che ci piacerebbe di sicuro utilizzare un arsenale altrettanto incredibile rispetto quello del primo lavoro, con le dovute variazioni e precauzioni: siamo molto aperti su questo, ci piacerebbe inserire un theremin, magari altri strumenti a corda tradizionali, sicuramente un esercito di macchine da sintesi e ritmiche.
Succede spesso che un brano ti ispiri ad utilizzare cose alle quali non avevi pensato in precedenza, per cui anche qua le variabili sono molteplici, potrebbe succedere di tutto.

Al di là del riferimento alla federazione calcistica tunisina, siete davvero appassionati di calcio?
Sicuramente del calcio da tavolo. Non del calcio in generale, se non altro per priorità, coltivare un interesse è comunque impegnativo, devi fare delle scelte. Amiamo lo sport in sé, questo si e ci piace ammirare l’effetto che lo sport produce nella società.

La vostra musica ha un taglio immaginifico, molto cinematografico. È un mondo che vi piace e in cui magari vi piacerebbe inserirvi come autori?
Partiamo sempre da un immaginario, abbiamo sempre lavorato così, ci viene naturale comporre in quella maniera.
È un mondo che in generale ci affascina, senza dubbio: ecco, tornando al discorso sul futuro, potremmo trovarci a lavorare a qualcosa del genere.
Indirizzare l’ascolto verso un’ambientazione, è una cosa che accade molto spesso, ed il nostro è un tipo di ascolto che pensiamo stimoli questo processo. Poi verso che tipo di ambientazione, e di che genere, dipende molto dal ricettore: a volte ci piace raccontare le tracce con piccole storielle che le accompagnano. La sessualità ad esempio, la mutazione, sono alcuni dei temi di base.

Livio Ghilardi

Nato a Noci (BA) nel 1991, dopo la maturità classica si trasferisce a Roma dove, tra un concerto e l’altro, studia Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata ed è borsista presso il Collegio Universitario "Lamaro Pozzani".
Scrive di musica per Zero, Nerds Attack, DLSO. Sulla web-radio Radio Bombay tiene il programma “La Voce del Marpione", per Cucina Mancina cura la rubrica "Rock Around The Fork". Musicalmente e gastronomicamente onnivoro, poliglotta per natura, classicista mancato, bassista a tempo perso, tifoso del Bari nonostante tutto.

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