BiennaleArte 2019 con Swatch

Costantemente Contemporaneo VS Antico, e Venezia Vive. #VENICEARTWEEK.

Giunge maggio. Maggio a Venezia significa BiennaleSignifica Arte, internazionalità, movimento, entusiasmo. Significa un momento da vivere intensamente, in cui la lentezza del tempo veneziano viene annullata dalla frenesia, in cui la molteplicità di eventi, di vernici concomitanti, di open day in gallerie con l’artista, di conferenze, aperture straordinarie, presentazioni dei curatori, non permette di fermarsi. Cosa che non si riuscirebbe d’altronde a fare poiché si viene letteralmente catapultati in un’atmosfera, a tal punto colma di euforia, di brama e curiosità, che l’unico desiderio è quello di vedere tutto, essere dappertutto.

Il tempo della riflessione è relegato alla settimana successiva, quando si entra in una sorta di ramadan, maschera al viso, gambe in alto e valutazione su tutte le nozioni acquisite, le persone conosciute, le cose, meravigliose o meno, viste. Il mondo è a Venezia, un mondo di livello, internazionale nei gusti e pretese, eccentrico, modaiolo e interessato.

Con tale spirito che quest’anno partecipo all’Art Week con Swatch. L’esperienza si prospetta luccicante così come si configura il brand, un multivitaminico ensamble di colori e suggestioni che si concentrano nei celebri oggetti da polso che rendono vivace la nostra quotidianità, nel segno della creatività. La possibilità di vestirsi ogni giorno di un mood diverso, che riflette le nostre sensazioni e che vuole, con forza, mostrarle agli altri, per mezzo di una piccola ma importantissima parte del nostro look, che rende il polso unico e brandizzato, con coloratissime sagome geometriche, frutti esotici e pattern speciali, è da sempre l’essenza della casa orologiera svizzera. Oggi lo è ancora di più, con la grinta di Carlo Giordanetti, Creative Director della Swatch International, amante dell’arte e di Venezia, con uno spirito volto all’ottimismo e alla costante scoperta. Con questo animo mi racconta, durante la cena evento all’interno della Chiesa di San Lorenzo, monumento sconsacrato e chiuso da anni di restauro a cui io stessa, veneziana, non avevo mai avuto accesso, il suo pensiero. Il contesto è meraviglioso, la musica dell’orchestra accompagna la conversazione, gli scialli bianchi ed arancio forniti per l’avvento del freddo della sera aiutano a rendere l’atmosfera ancora più felice e calorosa. Condividiamo la visione di positività nel percorso della 58° Esposizione Internazionale d’Arte curata da Ralph Rugoff, in cui l’evocazione dei tempi attuali, contraddittori, minacciosi, precari, svela in realtà un desiderio di ordine, di superamento degli ostacoli, per prendere la vita con il sorriso, destreggiandosi dentro essa con intelligenza e curiosità, aspetti indispensabili per emergere e vivere in modo completo, soddisfacente: everything is ok, esulta un pezzo in mostra, il più visibile dei grandi rettangoli color pastello all’entrata del padiglione centrale dei Giardini. 

Carlo Giordanetti ha saputo infatti usare il meraviglioso e unico palcoscenico della Biennale, di cui con Swatch si conferma sponsor principale, per lanciare una Special Edition firmata da uno dei maestri del Novecento, Joe Tilson. L’artista londinese attivo a Venezia, cresciuto nel fervido ambiente della Pop Art con Frank Auerbach, Peter Blake e David Hockney, che partecipò con la Gran Bretagna alla 32a Esposizione del 1964, rappresentato dalla Marlborough Fine Art  di Londra, è chiamato oggi a concepire un’opera speciale. L’idea è brillante, sprizza di energia e colore così come il risultato: 24 bandiere allineate in tre file padroneggiano il centro dei Giardini della Biennale, decorate da forme e colori desunti dalle facciate e pavimentazioni delle chiese, le preferite di Tilson, che anche qui sfrutta il suo personale repertorio iconografico, nato e cresciuto in quasi un secolo di vita e costante formazione, dallo stile fortemente simbolico ed evocativo. Infatti, il suo uso di classici stilemi veneziani, coniugati con una fantasia che non ha nulla di infantile, ma è anzi conscia del suo forte potere espressivo, si coniuga con l’amore per gli elementi della natura, la Terra, l’Aria, l’Acqua e il Fuoco, di cui usa le forme essenziali e i colori primari. Ho modo di parlargliene giusto nel momento della presentazione del suo padiglione, sotto una marea di ombrelli e fotografi, mi avvicino con l’intento di conoscerlo, onorata gli stringo la mano, e mi faccio spiegare il suo legame con Venezia: vedo nei suoi occhi l’amore per la città e l’orgoglio di esserne rappresentante. La trade union tra l’arte bizantina – così presente e radicata nella Serenissima, nei secoli di scambi marittimi con l’Oriente, che ha nella Basilica di San Marco il suo tempio – e l’arte del Novecento, che vede nelle figure sognanti di Henri Matisse e nella geometria dello spazio di Mondrian i suoi più grandi rappresentanti, trova in Tilson un’interpretazione personalissima.

Questa viene infatti sublimata nella Limited Edition del Joe Tilson Venetian Watch, prodotto in 2019 pezzi atti a diffondere il messaggio chiave del brand “Swatch loves Art”, il cui intento di avvicinare sempre più il consumatore al meraviglioso e vario mondo dell’arte è ammirevole. Con il passante che riporta la firma dell’artista sullo sfondo blu, possiamo dire con fierezza di avere un’icona Pop al polso, sempre con noi.

L’impegno Swatch non finisce qui: l’ Art Peace Hotel di Shanghai, che dal 2011 ha iniziato ad essere luogo di residenza d’artista, è uno spazio unico, meravigliosamente ristrutturato nel cuore della capitale della Cina per essere punto focale di creazione di un gruppo di artisti, di diverse nazionalità ed età, che trovano negli spazi di convivialità un momento di viva creazione. Ci parlano alla conferenza stampa gli ex residenti, scrupolosamente selezionati per rappresentare il progetto Swatch Faces 2019Dorothy M Yoon, classe 1976, formatasi a Seoul e Londra, celebre per i ritratti femminili di ispirazione manga che coniugano la tecnica fotografica con il collage materico e l’uso del tessuto; Jessie YingYing Gong, giovanissima visual artist che ama tradurre gli ideogrammi cinesi, e in questo caso cucirli con colori diversi su grandi tele nere per usare il linguaggio come strumento identitario; Santiago Aleman, nato nel 1972 a La Almarcha, Spagna, usa i materiali originali come il legno per creare textures fortemente legate alla Natura, luogo origine dell’arte; e Tracey Snelling, californiana classe 1970, le cui immagini cinematiche ripropongono spazi reali, perlopiù interni, vissuti nella quotidianità ma dallo sfondo e senso del mistero tipico del film noir. La loro opera si sussegue nella Sala d’Armi dell’Arsenale, perfettamente integrata al tema dell’esposizione May You Live In Interesting Times: un percorso tra differenti indoli artistiche che riescono a mixare stili e tradizioni opposte tra loro, identificandosi nei personalissimi tempi attuali.

E cosa è questo se non lo scopo dell’intera BiennaleArte? Una manifestazione artistica che riesce a coniugare creazioni e idee da ogni parte del mondo in un unico filone, rendendo Venezia- non solo i luoghi ufficiali dei Giardini e dell’Arsenale ma l’intero suolo isolano – un labirinto di suoni, installazioni, colori e magiche visioni. L’atmosfera della città cambia, la sua bellezza aumenta, grazie al connubio tra un contemporaneo che ha moltissimo da esprimere, e il catino dell’antico e dell’arte stratificata nei secoli che è Venezia, perfetto contesto storicizzante, in una combinazione di elementi che non lascia adito alla noia dello stile monolitico.

Faccio un salto per partecipare all’apertura dell’Abbazia di San Gregorio, splendido gioiello medievale con vista sull’immensa mole dalla Salute, per l’occasione resa da Colnaghi, la storica casa antiquaria, una dimora privata di eccezionale splendore, dove gli arredi di moderno gusto spagnolo si integrano a vedute veneziane, tappeti a disegni geometrici e lampadari di vetro di Murano creano variazioni di luce inaspettate, cassoni lignei e grandi statue in bronzo popolano i lunghi corridoi che si affacciano sulla corte interna, teste di satiri e vasi di conchiglie contribuiscono a rendere il luogo un tempio di lussuoso e raffinato kitsch moderno. Il tocco spagnolo dei nuovi partner Jorge Coll and Nicolás Cortés, si sente fortissimo, insieme al loro spirito giovane ed innovativo.

La visita alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’d’Oro, dove il palazzo gotico più bello del mondo accoglie una serie di pezzi di art-design della Carpenters Workshop Gallery, che costellano le sale inebriandole di luce, mi sorprende. La muraglia dorata che attraversa il primo piano circondata dai bassorilievi rinascimentali di bronzo, la cappella marmorea con il San Sebastiano di Mantegna illuminata da uno scheletro di luci richiuse dentro i fiori impalpabili del tarassaco, le lampade dalle forme scultoree composte solo da materiale organico nella sala dei paesaggi fiamminghi, le enormi bolle di sapone nella terrazza del secondo piano nobile che riflettono i trafori quadrilobati degli archi e le facciate dei palazzi sul Canal Grande, creando suggestivi giochi di rifrazioni. La mostra è Dysfunctional proprio perché va oltre alle categorie imposte, perché l’arte deve avere una chiara funzione per l’individuo e in assoluto scaturire una sensazione. Questa convinzione mi pervade continuando a muovermi tra gli eventi che vivono la città, e la riempiono di brio.

Torno con venti minuti di traversata sulla laguna al JW Marriott Venice Resort & Spa, location scelta da Swatch nella pacifica Isola delle Rose, perfetta proprio poiché distante da qualsiasi movimento intellettuale, uno spazio fuori dal tempo che annulla la mente, permette di dormire qualche ora, fare un’abbondante breakfast americano, e ricominciare ad inebriarsi di cose, nozioni, vedute, conoscenze.

Una delle funzioni dell’arte è, come ci confermano le nostre cognizioni storiche, aprire la mente, aumentare la propria flessibilità, osservare la realtà con forte criticità e profondo interesse, intuizione e desiderio di scoperta, con il fine ultimo di un intrinseco e personale piacere. Questa la mia sensazione alla fine di un’intensissima artweek veneziana, all’interno di un percorso diverso ed innovativo, in cui il design si fonde con la storia, la moda con l’arte, da punti di vista priviegiati, patinati dallo splendore dell’esclusività degli eventi, e la bellezza domina, come sempre, sull’intera città.

Carolina Trupiano Kowalczyk

Storico dell’Arte moderna nei temi della critica, collezionismo, grafica e pittura del Settecento. Laureata presso l’Università Cà Foscari con una specializzazione sulla veduta e paesaggio, vive e lavora a Venezia, dopo anni di esperienze tra l’Italia e Parigi, presso il Musée Jacquemart-André (2012), il dipartimento di pittura del XVIII secolo del Musée du Louvre (2016), il progetto di ricerca e apprendistato al Museo Fortuny (2017), la borsa di studio presso la Bibliothèque Nationale de France (2018). Attualmente segue un progetto di ricerca su Gaspar Van Wittel, artista sul quale ha tenuto una conferenza presso la Reggia di Caserta (gennaio 2020), una lezione all’Università di Roma La Sapienza (maggio 2020), e che è oggetto del Dottorato di Ricerca (ottobre 2020).
Con un occhio sempre attento al dettaglio, al bello, al particolare, che la distingue nel carattere e nei modi, affinato nelle città in cui ha vissuto, sperimentato, amato, e che vuole raccontare, condividere, e far riamare nei loro lati più affascinanti e fascinosi. Appassionata viaggiatrice e scrittrice, amante dell'healthy in tutte le sue forme, la sua vita si sviluppa attorno all’arte e alla bellezza, visitando mostre e collezioni private, archivi e musei, scrivendo recensioni, seguendo aste internazionali, interessandosi al design e lifestyle, temi su cui scrive nelle riviste Exibart e The Yellow Gloves Mag.


Instagram: Karolka.ina

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