Mario Sughi – nerosunero

Colori decisi, netti per un linguaggio immediato e diretto. Nessun eccesso in quei “racconti di vita contemporanea” dal messaggio ironico e profondo. Le illustrazioni, libere e diverse, di Mario Sughi alias “Nero su Nero” hanno avuto un forte impatto per il modo di comunicare sempre più efficace e moderno. Per il Polkadot Mag #01 gli abbiamo fatto qualche domanda, questa è l’intervista integrale.

Da anni vivi a Dublino. Pensi che il contatto con una “terra” diversa abbia cambiato il tuo modo di sentire e di esprimerti?
Una persona rimane molto se stessa dovunque tu la metta. Poi certo il posto dove abiti e lavori è importante. Un po’ come per il pilota di moto, importante è il mezzo che gli metti a disposizione. Ventitré anni che sono qua e Dublino continua a piacermi (vedi oltre che fortunato non sono cambiato molto!).

La tua formazione è letteraria. Quando hai deciso di fare l’artista?
Molte cose nella vita capitano accidentalmente. Inizi a ricostruire la tua vita come un percorso logico e lineare soltanto quando negli anni ti racconti agli altri o anche semplicemente a te stesso .

C’è un’idea, un punto di partenza alla base di ogni tuo lavoro? Qual è l’obiettivo delle tue opere?
Parto sempre disegnando gli occhi di una donna o di un uomo. Piano piano quegli occhi finiscono per scomparire, persi nella figura intera, e poi, interamente, nella pagina. Alla fine magari non li noti neppure più e vedi invece e solo tutto quello che sta davanti e attorno a loro.

Come descriveresti il tuo stile e il tuo processo creativo?
Non saprei bene, a dire il vero. Come non saprei descriverti il mio accento quando parlo. Si, sono consapevole del mio accento ancora molto italiano malgrado tanti anni vissuti qua in Irlanda. Ma farei fatica a descrivertelo, è lì in tutta evidenza quando parlo e ad uno stesso modo è lì, interamente, quello che chiamiamo lo stile di un disegnatore quando disegna.

Spesso per i giovani illustratori è difficile trovare visibilità. Come sono iniziate le tue collaborazioni?
Sono stato sempre a contatto con i gruppi di illustratori irlandesi qui a Dublino (the Irish Guild of Ireland), mi hanno dato una mano anche gli illustratori italiani (Associazione illustratori), leggendo le loro reazioni ai miei lavori e seguendo i loro consigli, pian piano ho capito come costruire un valido portfolio da presentare alle agenzie e clienti.

Cos’è cambiato nel tuo lavoro dalla tua prima personale? È difficile reinventarsi continuamente?
La prima personale è stata a Manchester lo scorso anno. Fino ad allora avevo lavorato solo come illustratore per giornali e magazines. Adesso faccio anche qualche mostra e lavori per gallerie d’arte. Ho bisogno di divertirmi con il mio lavoro, e se non ti reinventi non ti diverti.

Le tue opere si distinguono per l’innovativa tecnica pittorica. Quali strumenti e materiali utilizzi?
Uso Adobe Photoshop ed Illustrator, la tavoletta digitale Wacom Intuos 4, un PC non troppo sofisticato e porto sempre con me una Panasonic Lumix digitale. Con questi strumenti si può fare molto.

Dall’idea alla fase di realizzazione, come elabori un progetto?
Quando ad Agosto mi è stato chiesto di preparare un lavoro per il “Fringe Festival” di Dublino, ho realizzato due progetti diversi, uno più vicino alla mia sensibilità, mentre col secondo ho cercato di interpretare meglio le intenzioni di chi mi aveva commissionato il lavoro, Absolut Vodka. Ho consegnato entrambi i lavori e quello che è stato approvato, è stato il secondo. In questo i colori sono più brillanti, le ragazze sono più sorridenti, forse più belle e non c’è più quel velo di leggera solitudine che avevo invece lasciato nel primo.

Qual è lo scopo dell’arte contemporanea secondo te?
Per qualche verso l’arte è il modo in cui l’uomo cerca di rappresentare il mistero/misteri dell’ esistenza. L’arte stessa così ci appare a sua volta come cosa misteriosa, misteriosa e magica aggiungerebbe mio padre (il pittore Alberto Sughi). Viceversa c’è un’arte che vorrebbe solo esprimere e glorificare gioia e certezza. Quest’arte celebrativa cade presto nel puro kitsch e nel dogmatismo del cuore (come direbbe Milan Kundera) ed è preludio ai peggiori dei totalitarismi.

Ci sono degli artisti che stimi o che hanno influenzato il tuo percorso artistico?
Si, tantissimi. David Hockney, Wayney Thiebaud e Alex Katz per esempio e tanti altri. Ma anche i miei compagni con cui sono cresciuto insieme a Cesena e quelli che poi ho incontrato a Roma e Dublino sono e rimangono uno stimolo e influenza forte per i miei lavori. Ci siamo conosciuti e siamo cresciuti insieme, convinti che lo spirito libero non è uno che si conquista un giorno e per tutti da giovani, ma è uno che andrà difeso con forza e coltivato per sempre ancora nel tempo.

Un’opera di cui vai particolarmente fiero?
“Grass” ossia erba. Raffigura due donne, una accanto all’altra, una in piedi, una sdraiata sull’erba di un prato. Si direbbe che la ragazza in piedi abbia avvertito lo sguardo dell’altra ragazza, ma non reagisce, non la guarda. No. Composta nel suo vestito a strisce bianche e rosse, rimane del tutto ferma. Come sia arrivata lì questa ragazza non si capisce. È un’amica, sono due amiche? Forse. In “Grass” mi sembra di cogliere qualcosa di naturale e sfuggente insieme. Mi piacciono i colori e quando lo riguardo mi fa sorridere.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Da un po’ di mesi sto lavorando con Ugallery/Paperwork, una galleria a New York e a San Francisco, forse l’anno prossimo presenteranno i miei lavori in qualche fiera importante a New York. Sarebbe bellissimo. Speriamo bene.

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